Moda etica, fashion revolution e futuro: chiacchierata con Marina Spadafora.

Marina Spadafora è una delle donne più ispiranti degli ultimi anni: ha un curriculum infinito come fashion designer e scelte professionali legate a progetti etici fin dagli esordi. Oltre ad aver collaborato con i principali brand di prêt-à-porter internazionali, è fondatrice della linea di abbigliamento fairtrade Auteurs Du Monde per il circuito Altromercato, recentemente ha ricevuto il Women Together Award alla sede Onu di New York, per il suo impegno di oltre 10 anni nella diffusione della moda etica e sostenibile ed è coordinatrice in Italia per la giornata internazionale del consumo responsabile, il Fashion Revolution.
La raggiungo per telefono dalla Repubblica Dominicana, dove è attualmente per un periodo di insegnamento per la Parsons School of Design .
In piena settimana della moda, una voce differente e critica con cui continuo il mio percorso di approfondimento sul tema dell’abbigliamento sostenibile.

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– Cosa volevi fare da grande?
Incredibilmente da bambina dicevo sempre a tutti di voler aiutare i bambini africani!

– Quali sono le nazioni, che hai visitato per lavoro, che ti hanno colpito maggiormente il cuore e perchè?
Sicuramente Nepal ed Etiopia. In Nepal ad esempio nonostante i milioni di difficoltà che devono affrontare ogni giorno, si danno molto da fare e rispettano scadenze e le consegne, riuscendo al contempo ad essere propositivi ed incredibilmente ospitali. In Nepal poi c’è una spiritualità palpabile, ci sono molti tibetani, dovunque vai trovi templi e monaci (Marina si è sposata in Tibet.ndr). Anche l’ Etiopia, dove sono andata molte volte (anche per il progetto “Pinko Loves Ethiopia” che Marina ha seguito per Pinko, vedi il video qui sotto) è un paese meraviglioso in cui si passa dal nord con le chiese copte scavate nelle montagne al sud e alla Valle dell’Omo, che è completamente selvaggia, con popolazioni arcaiche magnifiche. Addis Abeba è una città molto vivibile e piacevole, con pochissima criminalità ed essendo molto in alto (Addis Abeba è costruita a circa 2400 metri di altezza) non ci sono neanche problemi di malattie come la malaria, tipiche di altre zone dell’Africa.

-Dal punto di vista professionale, lavorando con popoli così diversi, qual è stata la difficoltà che ti sei trovata a fronteggiare più spesso?
Banalmente direi la fedeltà alla cartella colori decisa ad inizio stagione.Se tu mandi questi riferimenti Pantone a 15 paesi diversi, le chances di avere il colore riprodotto fedelmente da tutti sono bassissime.Quindi da anni abbiamo trasformato questa debolezza una forza creando degli effetti “Ton sur ton”!

– Parliamo del Fashion Revolution. A mio parere la mossa vincente è stata quella di averlo comunicato in maniera così poco “di nicchia”: dalle fotografie, allo styling, alla comunicazione sui social network, aver usato un linguaggio più tipico delle riviste di moda di avanguardia (penso a i-D, ad esempio) che del mondo Fair Trade, credo sia stato la chiave di volta per il successo di questa iniziativa. Oltre al contenuto etico di per sè interessante e coinvolgente, la scelta di raggiungere anche un pubblico più vasto su internet, fa si che l’immagine sia tutt’altro che accessoria, anzi,  permette di raggiungere persone che parlano attraverso linguaggi diversi e che paradossalmente potrebbero aver considerato in passato certi argomenti come “noiosi”.
Hai assolutamente ragione, questo tipo di scelta è la svolta di tutto il mondo legato alla moda etica. Bisogna far combaciare etica ed estetica, producendo capi belli e alla moda e raggiungendo un pubblico più mainstream, che compri i capi perchè attraenti e non solo perchè “buoni”!

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-Esatto, in questo caso la parola “Mainstream” non ha un significato negativo, ma significa invece popolare,le cose non cambiano solo con le nicchie di mercato. Quando è uscito il film The True Cost, ad esempio, ci sono state molte presentazioni ufficiali in cui i grandi stilisti si sono fatti fotografare sottintendendo di aver sempre produzioni controllate fuori dagli sweatshop. Al di là di facili critiche, si rischia che passi un messaggio di moda “buona” elitaria e legata ai grandi brand che non tutti possono permettersi…
E’ giusto, il messaggio che deve passare invece è esattamente l’opposto, che la moda etica sia assolutamente democratica. Noi non possiamo tutto in una volta togliere lavoro a questi paesi che vivono solo di queste cose…Penso al sud est asiatico dove l’industra tessile dà lavoro a milioni di persone: il “next step” deve essere che anche le grosse aziende siano certificate, siano in regola per la sicurezza dell’ambiente, per la pulizia delle acque reflue..tutto.Io ad esempio con Altromercato lavoro con comunità medio/piccole di artigiani, ma se vogliamo che questa consapevolezza diventi “virale”, è necessario che si applicata a tutta la produzione del settore moda, facendo in modo che anche le aziende più grandi diventino sostenibili…è questo il “goal”finale, la regolamentizzazione. Penso a Greenpeace,che con la loro Detox Campaign sono andati a comprare capi di abbigliamento sia da catene fast fashion ma anche in boutique di marchi prêt-à-porter…senza dire che erano di Greenpeace, poi hanno portato questi capi in laboratorio ed è saltato fuori che nessuno era in regola, ma tutti pieni di metalli pesanti. Sia quelli economici sia quelli molto costosi. Ti consiglio di guardare il mio TedTalk sull’argomento, che racconta proprio tutto quello che c’è dietro una semplice tshirt che indossiamo e quanto potere, come consumatori, abbiamo.

-Credo che quando vedremo non delle 35/40 enni che si pongono questo tipo di problemi e di conseguenza fanno un certo tipo di scelte, ma delle 15/20enni, vorrà dire che le cose sono davvero cambiate… da adulta tutto sommato sei meno schiava della moda, vai più verso un tuo stile, le cose che ti stanno meglio, compri anche meno perchè i soldi che guadagni devono essere divisi per la casa e i figli e di conseguenza spesso gli acquisti sono meno emotivi. La sfida invece è proprio quella del ventenne che segue più la moda, è più insicuro e ha bisogno di mostrarsi in maniera più identificata, oltre ad avere poco budget di spesa…
Esatto, anche la moda etica deve essere possibile per i ragazzi più giovani, “affordable” e alla moda, con una comunicazione contemporanea in cui possano riconoscersi.

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-E’ vero, in questi anni infatti stanno venendo fuori moltissimi marchi etici giovani e contemporanei, penso al progetto no profit Krochet Kids, le sneakers sostenibili Veja, ma anche produttori di denim come Kuychi e gli italianissimi Par.co o negozi dal modello di businness rivoluzionario come Birdsong a Londra ma anche all’impegno verso la sostenibilità sempre più forte anche di grandi marchi come Puma
Mia figlia ad esempio ama molto il marchio Reformation, prodotto intermamente a Los Angeles, dove offrono un servzio di riciclo ma anche di riparazione, un po’ come fa da sempre Patagonia (di cui parlerò presto ndr).

-Quali sono gli eventi da non perdere per chi è interessato a questi temi?
Sicuramente il Fashion Revolution Day, che sarà il 24 Aprile, (ma in Italia speriamo di poter organizzare un bell’evento già il 18 a Milano) con una serie di eventi correlati in giro per la penisola ed il mondo. Un’altra bella iniziativa è quella che organizza ogni anno Vogue Italia, Vogue Talents a Palazzo Morando a Milano a settembre durante la settimana della moda a cui partecipano, oltre gli studenti delle scuole, molti designer africani. E poi a Marzo c’è la fiera Fà la cosa giusta!

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-Per finire: che consigli hai per chi è stato “traumatizzato” dalla visione di The True Cost e vuole cominciare ad abbandonare il fast fashion ma con un budget limitato a disposizione?
Non vorrei sembrare di parte ma sicuramente la mia collezione Auteurs Du Monde per Altromercato, che è completamente certificata, dal trattamento dei produttori alle colorazioni. Poi io ad esempio compro molto nei negozi di upcycling, ve ne segnalo un paio: a Milano c’è la Sartoria San Vittore, dove vengono utilizzati tessuti “fine pezza”, che altrimenti verrebbero buttati, per realizzare capi molto contemporanei cuciti poi dalle carcerate, arrivando quindi ad un concetto di collezione che affianca l’upcycling al contenuto sociale, poichè favorisce uno sbocco professionale di queste persone. A Roma invece consiglio il negozio Le Gallinelle nel quartiere Monti, dove anche qui tutto è realizzato con tessuti di recupero di alta qualità provenienti da grandi brand, che altrimenti verrebbero buttati, ottenendo capi unici molto belli. E poi ovviamente c’è tutto il mondo del vintage, che è il modo più creativo e sostenibile di non fare arrivare capi di abbigliamento al macero e di comprare a prezzi interessanti un guardaroba assolutamente personale (a proposito di vintage, second hand e scelte di vita e professionali etiche, vi consiglio la lettura dell’intervista a tema Fashion Revolution alla “trovarobe cool” Vintage Afropicks di Justine de LeFunkymamas.com, ndr).

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-In effetti una delle cose che mi ha colpito di più guardando The True Cost è stato quello di scoprire che quando buttiamo nel cassonetto dei vestiti usati i nostri capi, pensando di fare un atto di beneficenza e quindi “buono”, in realtà stiamo creando un problema immenso di inquinamento ed economico, perchè nessuno ha bisogno di così tanti abiti…
Si, ci sono tantissimi paesi del terzo mondo infatti, come l’Africa o Haiti, a cui arrivano queste tonnellate di capi, vere montagne, per cui si annulla completamente l’indotto produttivo locale dell’abbigliamento, perchè tutti i nostri vestiti dismessi arrivano in questi luoghi intasando il mercato ed annullando qualsiasi possibile sviluppo locale. Quando si parla di “second hand” non vuol dire per forza “vintage” quindi capi anni ’60 o ’70, ma anche un capo più recente, magari degli anni ’90, quando ancora la delocalizzazione produttiva non esisteva e quindi di qualità tracciabile, oppure anche il capo della scorsa stagione, (magari anche di una catena fast fashion  ndr) che prendo di seconda mano da un’amica (o con App come Depop ndr) prolungandone il ciclo di vita e non aumentando l’inquinamento.

Grazie Marina, io non vedo l’ora che sia di nuovo Fashion Revolution.

PS Trovi altri consigli di shopping etico di Marina Spadafora in questo video.

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